Kenobit /Fabio Bortolotti) Assalto alle piattaforme. Riprendiamoci internet

 


Assalto alle piattaforme. Riprendiamoci internet

 Kenobit (pseudonimo di Fabio Bertolotti) Agenzia X, Prima edizione digitale, 2026

Italian [it] · English [en] · EPUB · 0.5MB · 2026 · 📗 Book (unknown) · 🚀/zlib · Save · 49 · 1
ebook SBN 979 - 12 - 81438 - 65 - 1



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Le big tech hanno colonizzato tutti i territori della comunicazione, facendo leva sul bisogno umano di socialità e intrattenimento. Le app come Instagram e TikTok ci manipolano per trasformarci in forza lavoro ignara e non pagata. Si nutrono del nostro tempo, dei nostri dati, delle nostre debolezze. Quella delle piattaforme è una fortezza che pare inespugnabile, ma sulle sue mura si intravedono le prime crepe. L’insostenibilità del modello attuale ha causato un disagio che serpeggia sempre di più tra l’utenza. Abbiamo un’occasione imperdibile per rivendicare una dimensione digitale fondata sulla cooperazione invece che sulla competizione.
Assalto alle piattaforme analizza i meccanismi oppressivi del capitalismo sul web e propone un percorso concreto per neutralizzarli. Focalizzando lo sguardo critico sul concetto di content creation qui si tenta di svelare le trappole che si nascondono dietro il “successo” online e le dinamiche che trasformano le nostre passioni in catene.
Nel software libero, nel Fediverso e nella relazione sociale diretta troviamo gli strumenti per cambiare tutto, da subito, senza chiedere il permesso. Scopriamoli, rivendichiamo l’importanza politica del nostro corpo digitale e riprendiamoci internet.

This study covers the world outlook for briefcases across more than 200 countries. For each year reported, estimates are given for the latent demand, or potential industry earnings (P.I.E.), for the country in question (in millions of U.S. dollars), the percent share the country is of the region and of the globe. These comparative benchmarks allow the reader to quickly gauge a country vis-a-vis others. Using econometric models which project fundamental economic dynamics within each country and across countries, latent demand estimates are created. This report does not discuss the specific players in the market serving the latent demand, nor specific details at the product level. The study also does not consider short-term cyclicalities that might affect realized sales. The study, therefore, is strategic in nature, taking an aggregate and long-run view, irrespective of the players or products involved. This study does not report actual sales data (which are simply unavailable, in a comparable or consistent manner in virtually all of the 230 countries of the world). This study gives, however, my estimates for the worldwide latent demand, or the P.I.E., for briefcases. It also shows how the P.I.E. is divided across the world's regional and national markets. For each country, I also show my estimates of how the P.I.E. grows over time (positive or negative growth). In order to make these estimates, a multi-stage methodology was employed that is often taught in courses on international strategic planning at graduate schools of business

Certo, Gian — ecco una traduzione scorrevole e fedele del testo:


Questo studio analizza le prospettive globali per le valigette in oltre 200 paesi. Per ogni anno considerato, vengono fornite stime della domanda latente, o dei potenziali ricavi dell’industria (P.I.E.), per il paese in questione (in milioni di dollari statunitensi), insieme alla percentuale che quel paese rappresenta rispetto alla propria regione e al mondo.
Questi indicatori comparativi permettono al lettore di valutare rapidamente la posizione di un paese rispetto agli altri.

Utilizzando modelli econometrici che proiettano le dinamiche economiche fondamentali all’interno di ciascun paese e tra paesi, vengono generate le stime della domanda latente. Il rapporto non discute gli attori specifici del mercato che soddisfano tale domanda, né entra nei dettagli a livello di prodotto.
Lo studio non considera nemmeno le ciclicità di breve periodo che potrebbero influenzare le vendite effettive. È quindi di natura strategica: adotta una visione aggregata e di lungo periodo, indipendentemente dagli operatori o dai prodotti coinvolti.

Questo studio non riporta dati di vendita effettivi (che non sono disponibili in modo comparabile o coerente nella quasi totalità dei 230 paesi del mondo). Fornisce invece le mie stime della domanda latente mondiale — il P.I.E. — per le valigette. Mostra inoltre come il P.I.E. sia distribuito tra i mercati regionali e nazionali del mondo.

Per ciascun paese presento anche le mie stime sulla crescita del P.I.E. nel tempo (crescita positiva o negativa). Per elaborare queste stime è stata utilizzata una metodologia a più fasi, spesso insegnata nei corsi di pianificazione strategica internazionale nelle scuole di business.


Se vuoi, posso anche stringere, adattare o rendere più tecnico il testo per un uso editoriale o accademico.

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Indice

Abbiamo un problema
Le piattaforme
Cosa sono le piattaforme
Breve storia di internet
La merdificazione
Atto primo: la luna di miele
Atto secondo: il tradimento
Atto terzo: la grande estrazione
Le cose che ci fanno male
La dittatura del content
L’inganno dei numeri
I dati, il nuovo petrolio
Non tutto è perduto
Le nostre molotov
Il software libero
Il Fediverso
Un caso d’uso: Mastodon
Il mondo fisico
Riprendiamoci tutto
Assalto alle piattaforme
Guerrigliere, guerriglieri e guerriglierx
L’utente comune
L’aspirante content creator
Il professionista
Guida alle alternative
Hosting, autohosting e server ribelli
Streaming su Owncast
Video su PeerTube
XMPP, Matrix e la santità dei cazzi nostri
Parole, libri, musica, eventi e tutto il resto
Gancio e la comunicazione degli eventi
Writefreely e il blogging collettivo
Castopod e i podcast
Bookwyrm e i libri
Lemmy e gli aggregatori di link
Pleroma, Friendica, Misskey e le altre reti sociali
Listmonk e le newsletter
Un internet tutto nostro
Costi, monetizzazione e finanziamento dal basso
Il fattore umano
Cospiriamo


Gian, te lo riordino, lo pulisco e lo rendo coerente, mantenendo la tua struttura narrativa (problema → diagnosi → storia → lotta → alternative → pratiche → futuro).
Ho anche uniformato maiuscole/minuscole, rientri e gerarchie.


Indice sistemato

1. Abbiamo un problema

2. Le piattaforme

  • Cosa sono le piattaforme
  • Breve storia di Internet
  • La merdificazione

Atto primo – La luna di miele

Atto secondo – Il tradimento

Atto terzo – La grande estrazione

3. Le cose che ci fanno male

  • La dittatura del content
  • L’inganno dei numeri
  • I dati, il nuovo petrolio

4. Non tutto è perduto

  • Le nostre molotov
  • Il software libero
  • Il Fediverso
    • Un caso d’uso: Mastodon
  • Il mondo fisico

5. Riprendiamoci tutto

  • Assalto alle piattaforme
  • Guerrigliere, guerriglieri e guerriglierx
  • L’utente comune
  • L’aspirante content creator
  • Il professionista

6. Guida alle alternative

  • Hosting, autohosting e server ribelli
  • Streaming su Owncast
  • Video su PeerTube
  • XMPP, Matrix e la santità dei cazzi nostri
  • Parole, libri, musica, eventi e tutto il resto
    • Gancio e la comunicazione degli eventi
    • WriteFreely e il blogging collettivo
    • Castopod e i podcast
    • Bookwyrm e i libri
    • Lemmy e gli aggregatori di link
    • Pleroma, Friendica, Misskey e le altre reti sociali
    • Listmonk e le newsletter

7. Un Internet tutto nostro

  • Costi, monetizzazione e finanziamento dal basso
  • Il fattore umano
  • Cospiriamo

Se vuoi, posso anche:

  • trasformarlo in indice numerato
  • proporre una versione più narrativa (tipo capitoli di un saggio)
  • creare una struttura editoriale professionale con parti, sezioni e sottosezioni
  • suggerire tagline per ogni capitolo

Dimmi tu come vuoi procedere.

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Bortolotti, Fabio <1982->

Assalto alle piattaforme : riprendiamoci internet / [Fabio "Kenobit" Bortolotti]. - Milano : Agenzia X, 2026. - 187 p. : ill. ; 21 cm. - [ISBN] 9791281438569.

Soggetti

Media sociali

Classificazione Dewey

303.4833 (23.) CAUSE DEL CAMBIAMENTO SOCIALE. COMUNICAZIONI

Presentazione del libro


Possiamo evadere? Possiamo ribellarci? Possiamo rivendicare una dimensione online libera e rispettosa del nostro tempo?
 Le big tech hanno colonizzato tutti i territori della comunicazione, facendo leva sul bisogno umano di socialità e intrattenimento. Le app come Instagram e TikTok ci manipolano per trasformarci in forza lavoro ignara e non pagata. Si nutrono del nostro tempo, dei nostri dati, delle nostre debolezze. Quella delle piattaforme è una fortezza che pare inespugnabile, ma sulle sue mura si intravedono le prime crepe. L’insostenibilità del modello attuale ha causato un disagio che serpeggia sempre di più tra l’utenza. Abbiamo un’occasione imperdibile per rivendicare una dimensione digitale fondata sulla cooperazione invece che sulla competizione.
 Assalto alle piattaforme analizza i meccanismi oppressivi del capitalismo sul web e propone un percorso concreto per neutralizzarli. Focalizzando lo sguardo critico sul concetto di content creation qui si tenta di svelare le trappole che si nascondono dietro il “successo” online e le dinamiche che trasformano le nostre passioni in catene.
Nel software libero, nel Fediverso e nella relazione sociale diretta troviamo gli strumenti per cambiare tutto, da subito, senza chiedere il permesso. Scopriamoli, rivendichiamo l’importanza politica del nostro corpo digitale e riprendiamoci internet.
 Fabio “Kenobit” Bortolotti • hacktivista e musicista a 8 bit, suona il Game Boy in giro per il mondo e si occupa di libertà digitale. È cofondatore di Livello Segreto, una delle principali istanze Mastodon italiane, e gestore di Tele Kenobit, un progetto sperimentale basato su piattaforme autogestite e autohostate

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RECENSIONE

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/33112-chiara-pedrocchi-fuga-da-big-tech.html

Fuga da Big Tech

di Chiara Pedrocchi

YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete.

App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme.

“Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”.

Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto.

“Se non stai pagando per il prodotto, il prodotto sei tu”, verrebbe da dire, riprendendo le parole rese celebri dal film “The social dilemma”. Ed ecco una delle frasi che Kenobit punta a decostruire nel suo saggio: su queste piattaforme persino chi paga – le aziende e le attività che versano una quota per occupare spazi pubblicitari – è a sua volta un prodotto, perché genera ulteriori dati che le piattaforme raccolgono e sfruttano per arricchirsi vendendoli.

Ma cosa – o meglio chi – sono queste piattaforme? Tra quelle citate, si possono raggruppare Facebook e Instagram (e WhatsApp), del gruppo Meta fondato da Mark Zuckerberg. C’è poi YouTube, proprietà come Google della holding Alphabet Inc., di cui i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, sono ancora i maggiori azionisti e membri del consiglio di amministrazione, detenendo di fatto il controllo dell’azienda, pur non essendo più amministratori delegati.

Meta ha registrato un fatturato di 164,5 miliardi di dollari per l’intero anno 2024, segnando una crescita del 22% rispetto al 2023. Alphabet Inc. ha registrato ricavi annuali record, superando i 400 miliardi di dollari nel 2025, grazie alla crescita della pubblicità. C’è di più: entrambi i colossi hanno espliciti legami con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e sono nella lista BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per il loro coinvolgimento nel genocidio in Palestina.

Ma se sono così poco etiche perché è tanto difficile abbandonare queste piattaforme? Probabilmente, perché non tutto ciò che avviene sui social è nocivo. Quante amicizie, progetti, idee, iniziative non sarebbero nate o diventate così note se non fosse stato per i social? Kenobit fa l’esempio delle mobilitazioni per la Palestina realizzate dal 7 ottobre 2023 in poi, in cui i social, nonostante le varie dinamiche di shadow ban – cioè di oscuramento della tematica, costringendo talvolta a utilizzare caratteri speciali per parlarne (per esempio scrivendo G4z4 invece di Gaza) – hanno avuto un ruolo fondamentale. Il ruolo dei social è stato centrale anche nella formazione di grandi movimenti di protesta come Fridays For Future, con la nascita di nuclei di attivisti in ogni parte del mondo, o Black Lives Matter, con la condivisione di massa del video della morte di George Floyd e la propagazione delle sue ultime parole “I can’t breathe”.

Il problema è che, sui social, in breve tempo si passa oltre: nuovi contenuti, nuovi trend, nuove cose a cui prestare attenzione, togliendo forza al desiderio e all’urgenza di convergenza e di organizzazione. Tra i limiti dell’attivismo online c’è infatti la necessità di sottostare alle logiche algoritmiche delle piattaforme, con Meta che al contempo blocca la possibilità di promuovere post dal contenuto a sfondo politico o sociale e ne limita anche la diffusione organica, tramite l’impostazione che permette di non visualizzare contenuti politici tra quelli suggeriti nel proprio feed.

Fare attivismo sui social significa inoltre rischiare di scivolare, talvolta senza rendersene nemmeno conto, in quello che viene definito slacktivism, o attivismo da poltrona, cioè un tipo di attivismo che si limita alla condivisione di contenuti sui propri canali, senza che questo gesto si concretizzi in nulla di più radicale o d’impatto.

Inoltre, perché il proprio attivismo cambi le cose, l’obiettivo dev’essere quello di costruire comunità. Appoggiarsi alle piattaforme mainstream significa invece, come scrive Kenobit, “costruire a casa d’altri”, lasciando in mano loro il destino del nostro attivismo ed esponendosi al rischio che post, profili e gruppi vengano cancellati in qualsiasi momento, quasi senza possibilità di replica. “Queste piattaforme non sono democratiche”, scrive sempre Kenobit. Chi crea contenuti rischia, tra l’altro, di diventare schiavo dei numeri, piegandosi a trattare di temi non controversi o divisivi in modo da raggiungere il maggior numero di persone possibili – talvolta finendo per capitalizzare le lotte sponsorizzando prodotti che con queste hanno qualche punto di contatto (magliette, tote bag od oggetti figli, per esempio, del greenwashing). Così facendo, l’attivismo diventa un lavoro da influencer più che da potenziali leader politici.

 

È possibile cambiare piattaforme?

“Abbiamo davanti una lotta impari, contro un nemico ben fortificato, con risorse economiche e tecnologiche senza precedenti nella storia dell’umanità”, prosegue Kenobit nel saggio. “Non lo prenderemo mai per sfinimento, né possiamo sperare di batterlo sul suo stesso terreno. Le piattaforme possiedono tutto, incluso il campo di battaglia, e se anche riuscissimo a metterle in difficoltà in casa loro potrebbero semplicemente cambiare le regole del gioco. Per lo stesso motivo, anche se usare alcuni dei loro strumenti può avere dei meriti strategici, non possiamo sperare di cambiarle dall’interno. Non può esserci riformismo in una dittatura. La disparità è evidente anche sul fronte della comunicazione, perché le piattaforme, controllando la dimensione digitale, proiettano un’influenza tangibile sul reale”.

Nonostante questa posizione, Kenobit è abilissimo nel fornire alternative valide a ciascuno dei problemi legati alle piattaforme, spiegando con parole comprensibili a tutti che cosa si può fare e perché dovremmo farlo. Per esempio, la proposta di passare al Fediverso come alternativa ai social media mainstream è legata all’eticità dell’utilizzo di un software open source, ovvero il cui codice è consultabile e utilizzabile praticamente da chiunque, invece che chiuso, proprietario e i cui meccanismi sono noti solo a pochi eletti.

Come si legge in “Assalto alle piattaforme” (disponibile gratuitamente anche come audiolibro):

Il software libero si basa su una filosofia completamente diversa. Come suggerisce il nome, è pensato per tutelare la nostra libertà. Nello specifico, quattro libertà:

  • ⁠  ⁠la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
  • ⁠  ⁠la libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in base alle proprie necessità;
  • ⁠  ⁠la libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo;
  • ⁠ ⁠la libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

Kenobit elenca molti motivi per cui preferire i social del Fediverso a quelli ancora mainstream: tra questi, l’assenza di un algoritmo che determina che cosa mostrare a chi a favore di un feed che rispetta l’ordine cronologico delle pubblicazioni, garantendo a tutti di non perdersi nulla e di dare a ogni contenuto la giusta dignità e diffusione. “L’assenza di pubblicità vanifica la necessità di un algoritmo che seleziona al posto nostro cosa mostrarci”.

Va da sé che è impossibile che il passaggio dai social mainstream al Fediverso sia rapido e collettivo. Per questo, una valida soluzione intermedia consiste nel mantenere i propri profili sui social tradizionali, ma smettendo gradualmente di postare contenuti e utilizzandoli soprattutto, come da tempo fa Kenobit, per sponsorizzare il passaggio ad altre piattaforme.

 

Più cooperazione e meno competizione

Il controllo che Big Tech può esercitare va però ben oltre le singole piattaforme. Durante una presentazione del libro che si è svolta a Torino, a Radio Blackout, l’11 febbraio 2026, è nato un dibattito sul possesso delle dorsali internet (backbone): infrastrutture fisiche ad altissima capacità, composte da cavi sottomarini in fibra ottica posati sui fondali oceanici. Trasportano oltre il 99% del traffico dati mondiale tra continenti, connettendo reti locali e garantendo la velocità della connessione web.

Già questo aspetto pone un importante problema, perché, anche utilizzando piattaforme alternative a quelle mainstream, ci si continuerebbe ad appoggiare a questo sistema, che resta in buona parte in mano a colossi privati. Le dorsali sono infatti gestite da un consorzio di grandi aziende di telecomunicazioni internazionali, colossi tecnologici (Google, Meta, Amazon, Microsoft) e, in parte, da governi.

In risposta a questa osservazione, Kenobit ha suggerito di cercare il sito di Antennine, che punta a costruire reti comunitarie. Citando il loro blog, “le reti comunitarie sono infrastrutture locali di telecomunicazione create da gruppi di persone (una comunità) per connettersi a Internet e fornire servizi di comunicazione digitale. Sono costruite e gestite come un bene comune, cioè una risorsa prodotta e mantenuta collettivamente, piuttosto che detenuta privatamente, come alternativa alle grandi reti commerciali o statali e ai fornitori di servizi Internet”. Sul sito di Antennine sono presenti le istruzioni per contattare gli organizzatori del progetto e unirsi alla rete. È solo un inizio, che rappresenta però un baluardo di resistenza per ricordarsi che costruire delle alternative è possibile.

Altri esempi internazionali di gestione comunitaria e democratica dell’accesso a internet sono Guifi.net, nata in Catalogna nel 2004 e che punta a costruire una rete dal basso in modo da connettere aree rurali portando la connessione internet laddove non arrivano gli operatori commerciali tradizionali, e Freifunk, nata a Berlino, che ha come obiettivo quello di fornire una rete internet libera e accessibile a tutti.

Un altro tema critico riguarda le conoscenze necessarie per poter usare – o anche solo entrare in contatto – con le piattaforme alternative. È necessaria in primis un’alfabetizzazione digitale, non scontata in un contesto in cui solo il 46% degli italiani possiede competenze di base in quest’ambito, ma anche una coscienza politica tale da problematizzare le piattaforme, oltre a contatti che tramite il passaparola permettano di accedere ad alternative come il Fediverso.

Per fare effettivamente la differenza, c’è insomma prima di tutto bisogno di fare massa critica, scegliere che direzione prendere e costruirla insieme. Come scrive Kenobit, “abbiamo un’occasione imperdibile per rivendicare una dimensione digitale fondata sulla cooperazione invece che sulla competizione”.

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Sintesi by Claude

Ciao Gian Luigi! Procedo subito con l'elaborazione del testo di Pedrocchi.


OCCHIELLO — Concetti chiave

Piattaforme estrattive · scrolling infinito · dipendenza algoritmica · capitalismo della sorveglianza · Fediverso · software libero · reti comunitarie · slacktivism · cooperazione digitale


ANALISI SINTETICA PER PUNTI

1. Il modello estrattivo delle piattaforme YouTube, Facebook, Instagram e TikTok non sono "social network" ma "social media": ambienti progettati non per costruire relazioni ma per massimizzare il tempo di esposizione passiva ai contenuti. Il profitto è direttamente proporzionale all'attenzione catturata. Lo scrolling infinito — inventato nel 2006 da Aza Raskin, che oggi se ne pente — è lo strumento tecnico paradigmatico di questa logica. Anche chi paga (inserzionisti) è al contempo prodotto, in quanto generatore di ulteriori dati.

2. Il problema dell'attivismo sulle piattaforme Le piattaforme hanno avuto un ruolo in grandi mobilitazioni (Palestina, BLM, Fridays for Future), ma strutturalmente le sabotano: l'algoritmo accelera il ciclo dell'attenzione, disperde l'urgenza politica, limita la diffusione organica dei contenuti politici e spinge verso lo slacktivism — la condivisione senza azione. "Costruire a casa d'altri" significa esporre il proprio attivismo alla cancellazione arbitraria e alle logiche di monetizzazione.

3. Il Fediverso come alternativa La proposta centrale del saggio di Kenobit è la migrazione verso il Fediverso: ecosistema di piattaforme basate su software libero e open source, senza algoritmo di raccomandazione, senza pubblicità, con feed cronologico. La transizione non può essere immediata né collettiva; la strategia suggerita è ibrida: mantenere i profili mainstream usandoli però per orientare il pubblico verso le alternative.

4. Il problema delle infrastrutture Al di là delle piattaforme, il controllo di Big Tech si estende alle dorsali internet (cavi sottomarini in fibra ottica che trasportano oltre il 99% del traffico dati mondiale), gestite in parte da Google, Meta, Amazon e Microsoft. Usare alternative software non risolve la dipendenza infrastrutturale. Risposta possibile: le reti comunitarie (Antennine in Italia, Guifi.net in Catalogna, Freifunk a Berlino) come beni comuni locali.

5. Le condizioni di possibilità del cambiamento Il passaggio richiede alfabetizzazione digitale (posseduta da appena il 46% degli italiani), coscienza politica e massa critica. L'obiettivo è sostituire la logica competitiva delle piattaforme estrattive con una logica cooperativa di gestione dei commons digitali.


ELENCO CONCETTI CHIAVE CON NOTA DI CONTESTUALIZZAZIONE

Social media vs social network — Distinzione proposta da Kenobit: i primi massimizzano il consumo passivo, i secondi la costruzione di relazioni. Richiama la critica di Sherry Turkle alla "connessione senza comunità".

Scrolling infinito — Meccanismo tecnico di caricamento continuo dei contenuti, progettato per eliminare qualsiasi punto naturale di interruzione. Il suo inventore, Aza Raskin, lo ha pubblicamente ritrattato nel 2024 nel contesto del dibattito sui danni dei social sulle giovani generazioni.

Capitalismo della sorveglianza — Implicito nel testo, richiama il framework teorico di Shoshana Zuboff (The Age of Surveillance Capitalism, 2019): le piattaforme estraggono dati comportamentali come materia prima e li trasformano in prodotti predittivi venduti agli inserzionisti.

Non-luogo — Categoria di Marc Augé (Non-Lieux, 1992): spazi di transito privi di identità relazionale e storica. Qui applicata ai social media per sottolinearne la natura di ambienti di passaggio senza sedimentazione comunitaria.

Slacktivism — Neologismo che descrive un attivismo ridotto alla condivisione online, privo di conseguenze pratiche. Problema strutturale non solo etico: le piattaforme incentivano il gesto visibile (il like, la condivisione) perché genera engagement misurabile.

Shadow ban — Oscuramento algoritmico selettivo di contenuti o profili senza notifica esplicita all'utente. Pratica documentata su Meta e TikTok in relazione a contenuti politici, in particolare riguardanti la Palestina.

Fediverso — Federazione di piattaforme (Mastodon, Pixelfed, PeerTube, ecc.) basate su protocolli aperti (ActivityPub) e software libero. Nessun soggetto centrale controlla l'infrastruttura; le istanze sono gestite da comunità o singoli.

Software libero — Definizione della Free Software Foundation (Richard Stallman): software che garantisce quattro libertà fondamentali all'utente (esecuzione, studio, redistribuzione, miglioramento). Alternativo sia al software proprietario sia al concetto più ambiguo di "open source".

Dorsali internet (backbone) — Infrastrutture fisiche di trasmissione dati ad altissima capacità: cavi sottomarini in fibra ottica. Nodo critico spesso assente nel dibattito sulle alternative digitali: il livello infrastrutturale è ancora più concentrato del livello applicativo.

Reti comunitarie — Infrastrutture di telecomunicazione gestite come beni comuni da comunità locali. Si collocano nel filone teorico dei commons (Ostrom) applicato alla rete. In Italia, progetto Antennine; in Europa, Guifi.net e Freifunk.

BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) — Movimento internazionale di pressione economica su Israele per la violazione dei diritti palestinesi. Il testo segnala la presenza di Meta e Alphabet nella lista BDS, collegando la critica alle piattaforme alla dimensione geopolitica.


NOTA CRITICA DI CONCLUSIONE

L'articolo di Pedrocchi offre una sintesi accessibile e politicamente orientata del saggio di Kenobit, con il merito di collegare la critica alle piattaforme a questioni più ampie: il controllo delle infrastrutture fisiche della rete, i legami tra Big Tech e potere politico (Trump), la complicità con il genocidio in Palestina. Il quadro che ne emerge è coerente con una tradizione di critica dell'economia politica della comunicazione che da Smythe e Schiller arriva fino a Zuboff.

Restano tuttavia alcune tensioni teoriche non risolte. La proposta del Fediverso, pur valida come alternativa tattica, lascia irrisolta la questione strutturale: le reti comunitarie e il software libero operano ancora su dorsali controllate da Big Tech, e la loro scala è incomparabile con quella delle piattaforme dominanti. La "massa critica" invocata come condizione di cambiamento non è definita né storicamente contestualizzata: quali soggetti sociali potrebbero produrla, con quali risorse organizzative e in quale orizzonte temporale?

C'è inoltre un rischio implicito nella dicotomia cooperazione/competizione con cui si chiude il testo: presentare il Fediverso come soluzione "etica" rischia di trasformare una questione di potere strutturale in una questione di scelte individuali di consumo digitale. La critica delle piattaforme, per essere efficace, ha bisogno non solo di alternative tecniche ma di una teoria del conflitto che sappia articolare soggetti, interessi e forme di lotta collettiva — una dimensione che il testo sfiora ma non sviluppa compiutamente.



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