Solo il socialismo ci può salvare Giorgio Cremaschi
Cremaschi, Giorgio <1948- >
| Soggetti | SOCIALISMO E CAPITALISMO |
| Dewey | 335.00905 SOCIALISMO E SISTEMI AFFINI. 21. secolo, 2000-2099 |
INDICE
1. NON AVERE PAURA
2. LIBERALFASCISMO
3. OLIGARCHIA CAPITALISTA
4. IL SOCIALISMO DEI LAVORATORI
5. SEI ANCORA COMUNISTA, MA COME FAI?
6. MODELLO I SRAELE
7. LEGGI FASCISTISSIME
8. IL SOCIALISMO DEI CAPITALISTI
9. CONTRORIVOLUZIONE E SOCIALISMO
10. IL BALLO E XCELSIOR È FINITO
11. L ’ALTERNATIVA ALLA DESTRA È IL SOCIALISMO
12. SE OTTO ORE VI SEMBRANO POCHE
13. SANITÀ E SCUOLA PUBBLICHE
14. LE DUE FACCE DELLA RETE
15. CENTRO E PERIFERIE
16. MISERIA DEL RIFORMISMO
17. CONTRO IL PATRIARCATO
18. SOLO IL SOCIALISMO CI PUÒ SALVARE
RINGRAZIAMENTI
RECENSIONE
- Sinistrainrete
- Created: 06 June 2026 PER UN SOCIALISMO DEL XXI SECOLO
SINTESI BY CLAUDE 11-5-26
Ecco l'elaborazione completa dell'articolo di Carlo Formenti.
OCCHIELLO (parole chiave per post)
Socialismo o barbarie — liberalismo senza democrazia — guerra e riarmo — comunismo e sinistra radicale — Cina socialista — stallo strategico — virus liberale — terza guerra mondiale — Giorgio Cremaschi — CICIR
ABSTRACT PER PUNTI / CONCETTI CHIAVE
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Il pamphlet di Cremaschi come punto di partenza. Solo il socialismo ci può salvare (Mimesis) di Giorgio Cremaschi — portavoce di Potere al Popolo — rilancia lo slogan luxemburghiano "socialismo o barbarie" nell'attuale fase di guerra permanente: Ucraina, Gaza, Iran come preludi di un conflitto mondiale.
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L'Unione Europea come agente bellicista. Formenti condivide la denuncia cremaschiana dell'UE: scelta del riarmo come risposta alla crisi economica, subalternità a Washington, complicità col genocidio israeliano, revisionismo storico (equiparazione nazismo-comunismo nel 2019).
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La critica al termine "liberal fascismo". Formenti problematizza la categoria usata da Cremaschi: il termine ha una storia precisa (III Internazionale) e rischia di essere improprio nell'attuale contesto. La sua proposta: i regimi occidentali sono semplicemente liberali, perché il liberalismo senza democrazia è per sua natura reazionario; il binomio liberalismo-democrazia era un compromesso contingente, estorto dalle lotte operaie e poi spazzato via dalla controrivoluzione neoliberista.
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La sinistra ufficiale come corresponsabile. La social-democrazia non ha "conservato" nulla: ha attivamente smantellato diritti, servizi pubblici, protezioni del lavoro. La sua conversione al liberalismo era inscritta nel codice genetico ben prima degli anni Ottanta (da Berlinguer alla repressione delle lotte da parte di Lama). Il risultato: oggi esistono "solo due destre".
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Il soggetto della trasformazione: nodi irrisolti. Formenti confronta due visioni: quella di Cremaschi (centralità della nuova classe operaia, logistica, terziario) e quella di Brancaccio (Libercomunismo), dove il soggetto antagonista è una "moltitudine" intersezionale che rischia di diluire la classe fino a farla scomparire. Entrambe, secondo Formenti, convergono di fatto sulla concezione negriana, falsificata dall'impotenza dei "nuovi movimenti".
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Il virus liberale nella sinistra radicale. I movimenti (da Occupy a Black Lives Matter, dai gilet gialli alle primavere arabe) non evolvono in processi anticapitalisti perché la cultura woke — mentalità identitarie, individualiste, liberali — si incista nelle fila della sinistra radicale stessa. Anche il femminismo mainstream si è allineato ai valori del liberalismo occidentale.
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Il documento del CICIR e lo "stallo strategico". Formenti analizza il documento del China Institute of Contemporary International Relations (maggio 2026), che teorizza un nuovo equilibrio Cina-USA fondato sull'interdipendenza: le due economie non possono distruggersi senza danneggiarsi reciprocamente. Il concetto di "stallo strategico" — ripreso da Mao — implica che la Cina ha già superato la fase difensiva e si avvicina alla controffensiva, ma preferisce la coesistenza pacifica all'escalation.
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La Cina socialista come garanzia contro la guerra globale. Per Formenti, la sola esistenza di una grande potenza socialista come la Cina — meno ricattabile economicamente degli USA rispetto all'URSS proprio per le peculiarità del suo modello — è la principale assicurazione contro la degenerazione delle guerre regionali in conflitto planetario.
ANALISI CRITICA FINALE
L'articolo di Formenti è un testo di rara densità politico-teorica, che usa la recensione del pamphlet di Cremaschi come pretesto per articolare una posizione autonoma e sistematica. I suoi meriti sono considerevoli: la diagnosi del "virus liberale" che contamina la sinistra radicale è lucida e difficilmente confutabile; la critica alla categoria di "liberal fascismo" ha un fondamento teorico solido e serve a evitare equivoci tattici rilevanti (se il problema è il fascismo residuale, depurandosene il sistema diventa accettabile; se il problema è il liberalismo, lo scontro è strutturale e irriducibile). Meritevole anche il tentativo di ancorare il discorso sulla Cina a un documento concreto e recente — il testo del CICIR — piuttosto che a mere impressioni ideologiche.
Rimangono però alcune tensioni irrisolte. La prima riguarda il soggetto politico: Formenti confessa candidamente di non sapere cosa proporre "in assenza di un soggetto politico con cui riconoscermi", il che è un atto di onestà intellettuale raro, ma segnala anche il limite di un'analisi che sa diagnosticare meglio di quanto sappia prescrivere. La seconda tensione riguarda l'ottimismo riposto nella Cina: l'ipotesi che lo "stallo strategico" produca coesistenza pacifica presuppone una razionalità strategica della classe dirigente americana che Formenti stesso mette in dubbio, evocando l'integralismo escatologico neocon. Il rischio è che la speranza nella Cina come "deus ex machina" sostituisca, sul piano analitico, la difficile costruzione di un soggetto antagonista occidentale. Infine, la critica alla "moltitudine" negriana — corretta — non risolve il problema di come articolare oggi classe operaia e movimenti sociali in una formazione egemonica: liquidare il problema come "convergenza di fatto con Negri" non scioglie il nodo, lo aggira.
In definitiva, si tratta di un contributo necessario al dibattito della sinistra radicale italiana — specie per il rigore con cui rifiuta le categorie comode — ma che resta, per ammissione stessa dell'autore, più adatto a sgombrare il campo dagli equivoci che a indicare una via d'uscita.
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